Racconti. 1 . La storia di Cane

(Spero perdonerete la lunghezza di questo post. Spezzare il racconto in due però mi sembrava solo dispersivo. E spero vi piacerà!
NB: questa è una prima stesura che verrà certamente rivista e corretta!!)


LA STORIA DI CANE.

Nella città di Cane vivevano in santa pace molti animali. I gatti erano i vicini dei topi, e la famiglia delle papere si trovava benissimo con i ricci, infatti spesso andavano a fare lunghe passeggiate e gustosi pic-nic tutti assieme.  Solamente Cane era solo. Così solo che non si era neanche dato la briga di procurarsi un nome, essendo l’unico cane in circolazione. Non per questo però Cane era triste: nonostante fosse l’unico rappresentante della razza canina – e per di più uno splendido setter inglese – era amato da tutti gli altri animali del luogo e spesso veniva invitato a cene, pranzi e festicciole nei giardini.

Cane si dava un gran daffare per la città e i suoi abitanti: controllava che filasse tutto liscio, e all’occorrenza mostrava i denti o minacciava con un latrato l’animale che si comportasse male con gli altri. Insomma, manteneva l’ordine e organizzava i turni di pulizia (si sa che soprattutto gli anatroccoli fanno un gran baccano e molta sporcizia quando giocano fra di loro, in un turbinio di piccole penne gialle e bianche). Solitamente filava tutto liscio e Cane poteva godersi l’ombra fresca di un melo, mentre si sgranocchiava uno dei suoi frutti succosi. Solo talvolta capitava qualche piccola zuffa, spesso fra la famiglia Porcospini e i de Gattis, i cui padri di famiglia erano entrambi piuttosto altezzosi e non mancavano di darsi arie con i concittadini. La maggior parte delle volte gli altri animali lasciavano correre, ridacchiando fra sé e sé o a piccoli gruppi sul comportamento ridicolo che assumeva il signor de Gattis, con quel petto villoso e bianco, nel mostrarsi alle gatte del quartiere – con grande disappunto della moglie Cecilia – ma qualche volta al signor Porcospini, segretamente innamorato della signora Cecilia, si rizzavano gli aghi sulla schiena e mostrava i denti a quel gattone pieno di sé. Il quale, senza capire le motivazioni del comportamento del riccio in questione, si inalberava sostenendo che in quella città non si potesse fare nemmeno una semplice passeggiata. A Cane allora toccava alzarsi dal suo comodo giaciglio e con fare perentorio presentarsi davanti ai due contendenti e farli rigare dritto. Con un morsetto alla coda e una scompigliata agli aculei i due se ne tornavano buoni buoni alle proprie abitazioni, non senza essersi stretti velocemente la zampa ed essersi mormorati delle scuse frettolose. Il signor de Gattis sapeva che la strigliata peggiore se la sarebbe presa a casa, e per di più davanti ai suoi piccoli Gigino e Luisella. Che smacco! Che vergogna! Per fortuna però nel giro di qualche ora tutto tornava a posto e la cena si svolgeva in un coro di fusa attorno alle ciotole ripiene di buon latte e patè di pesce.

D’altra parte il signor Porcospini non se la passava meglio a casa propria. Come si sa le donne sono astute osservatrici, e le scenate del marito non passavano sotto silenzio. La signora Cecilia non ha bisogno del tuo aiuto, Gianfranco, diceva la signora Porcospini, di nome Bianca. Di norma Gianfranco recepiva il messaggio e se ne stava rintanato nel suo angolo preferito ad osservare la vita della cittadina proseguire giù in strada. Preferiva non controbattere alle insinuazioni della moglie, oltretutto sapeva di essere in torto e così se ne stava fermo e zitto ad ascoltare le lamentele di Bianca, che di solito finiva per esaurire le energie e con un gesto veloce della zampa faceva intuire che l’argomento era chiuso. Anche qui in casa Porcospini l’atmosfera serale si era decisamente rasserenata. La zuppa di mosche era proprio buona, sembrava dire il musetto soddisfatto del signor Porcospini.

Nel frattempo Cane era tornato a casa propria, una piccola capanna spoglia all’estremità nord della città. Non era male vivere solo, si diceva. Meglio che sopportare sempre le lamentele di una moglie scontenta e dei piccoli che vogliono giocare e tirare le orecchie ai padri! Si adagiò comodamente nel suo letto di paglia, su cui aveva steso una comoda coperta. Per cena aveva avuto la fortuna di trovare dal macellaio delle ottime ossa a prezzo scontato, e stava ancora sgranocchiando un ultimo pezzo di femore quando qualcuno bussò – o per meglio dire, diede delle sonore nasate – alla porta. Chi sarà a quest’ora, si chiedeva Cane. Il mistero fu presto svelato. Aprendo la porta Cane si trovo davanti nientepopodimeno che…un lupo! Un lupo delle foreste era venuto in città. Questa si che è una novità, penso Cane, mentre faceva accomodare lo stanco animale in casa. Il lupo in realtà era una lupa, di nome Giovanna. Dopo essersi annusati approfonditamente, Cane capì che la lupa era venuta per dargli una qualche notizia, lo sentiva nell’aria che fremeva di aspettativa. “Dimmi, Giovanna, cosa succede?” Chiese Cane.
“Devi sapere, Cane, che c’è un pericolo che incombe. Noi lupi del bosco non abbiamo ancora capito cosa sia, e proviene dalle regioni del sud, sta arrivando e ogni giorno ne percepiamo sempre più la presenza. Sono venuta in spedizione qui in città per chiedere aiuto. Sappiamo che voi avete sicuramente qualche mezzo in più per capire, e di certo il numero di animali e la loro varietà sarà utile. Dobbiamo fare lavoro di squadra!”

Cane era stupito e anche un po’ spaventato. Di cosa stava parlando questa lupa? C’era davvero un pericolo o era una tattica? In passato lupi e cittadini avevano già avuto degli incontri, l’ultimo dei quali, dopo svariate lotte sanguinarie, era terminato con una pace firmata da entrambe le parti, che sanciva il dovere dei cittadini e dei lupi di aiutarsi a vicenda nel momento del bisogno. Il dubbio però restava sempre, e Cane, col suo fare guardingo e attento, prendeva in considerazione tutte le opzioni. Non di meno si dimostrò disponibile con la lupa. Dopo poco si stavano già dirigendo verso la piazza centrale. Una volta arrivati, sfruttando l’acustica della piazza di forma tondeggiante, si misero ad ululare assieme. Gli abitanti arrivarono a piccoli gruppi, assonnati e un po’ spaventati. L’ululato di emergenza non veniva cantato ormai da moltissimi anni. C’erano alcuni che non l’avevano nemmeno mai sentito. Lo riconobbero comunque all’istante. Per la prima volta Cane si trovò a parlare di fronte ad una folla ansiosa di ricevere una risposta : “cari concittadini, cari tutti. La qui presente lupa Giovanna è venuta in pace, memore del patto stipulato dai nostri antenati, a chiedere aiuto. Un pericolo sta arrivando dalle terre del sud, e dobbiamo essere pronti a riconoscerlo e se necessario combatterlo. Per il momento dovremo unire le nostre forze per capire di cosa si tratta. Tutti voi dovrete fare uno sforzo e mettervi alla ricerca di indizi, notizie, odori sospetti. Ci riuniremo domani per fare il punto della situazione. La notte non durerà ancora a lungo, riposatevi ancora un po’ perché da domani la vita di tutti noi potrebbe cambiare!”

Gli animali tornarono alle proprie case, spaventati e volenterosi di fare tutto il necessario. Di loro si poteva dire tutto, ma non che non rispettassero Cane o che fossero dei codardi. Al mattino si sarebbero svegliati presto e avrebbero subito attivato tutte le loro funzioni per cercare di capire cosa stesse succedendo. E in effetti poche ore dopo qualcosa si era già capito. L’odore del pericolo, di questo si trattava, arrivava ad ondate. Era un odore strano, sconosciuto e acre, che si diffondeva nell’aria ed era sempre più presente. Ormai anche i piccoli, nonostante la poca esperienza, lo sentivano. L’agitazione era nell’aria.
Cane riteneva di dover fare qualcosa. Raggiunse la lupa Giovanna alla sua nuova tana, che si trovava al confine della città, verso il bosco. “Giovanna, credo che dovremmo creare una spedizione per cercare di capire cosa sta succedendo e proteggere la città e il tuo branco”. La lupa era d’accordo, e così la sera stessa partirono verso sud. Cane chiese al signor Porcospini e al signor de Gattis di dividersi i suoi compiti in città fino a quando non sarebbe tornato. Questo non era il momento di litigare, ma di stare tutti uniti! I due allora si strinsero la mano e andarono ad eseguire i propri compiti. Cane e Giovanna stavano partendo quando proprio allora una folata dell’odore temuto arrivò, più forte delle altre.  “vieni, corriamo! Seguiamo la traccia finché è fresca. L’odore presto svanirà!”. Zampa dopo zampa, saltello dopo saltello, sentendo l’odore sempre più forte arrivarono ad una enorme grotta. Chissà se è questa la fonte di tanto odore e tanta paura, pensava Cane. E in quel momento qualcosa di molto grande e spaventoso urlò ed emanò quell’odore così conosciuto ormai. I due terrorizzati si girarono. Alle loro spalle c’era un gigantesco orso della luna. L’orso della luna era il più grande e pericoloso tra gli orsi ed era chiamato così per via del disegno sul pelo del collo, a forma di falce di luna. L’orso, disturbato dal fatto che due altri animali avevano osato avvicinarsi alla sua tana, si alzò sulle zampe posteriori, avanzando minaccioso e tentando di colpire la lupa e Cane. I quali, grazie alla loro velocità nel muoversi, riuscirono ad evitare quasi tutti i colpi. Giovanna si prese un graffio sul naso e dal dolore scappò a nascondersi dietro ad un cespuglio. Cane vide che l’orso voleva continuare a colpirla, ora che era più debole, e quindi provò a distrarlo, in modo che la lupa potesse scappare via.

“Orso! Orso! Ascoltami! So che mi puoi capire, sto parlando nella lingua comune di tutti gli animali! Non volevamo disturbarti. La nostra cittadina e il branco di lupi della mia amica Giovanna sono in ansia e spaventati dall’odore di pericolo che emana da te e dalla tua tana. Volevamo scoprire cosa fosse questo odore.”
“In tal caso, vedo che le vostre intenzioni non erano cattive. Vieni pure fuori lupa, non ti farò niente.” Cane pensò che in fondo anche gli orsi sono animali ragionevoli, checché se ne dica. “Io non sono un orso cattivo. Ero spaventato quanto voi vendendovi e annusando la vostra presenza, non sapevo quali fossero le vostre intenzioni. Sono stufo di vivere da solo, e così ogni tanto mi impegno per far sentire il mio odore in giro. Pensavo che così qualche altro orso sarebbe arrivato e avremmo vissuto in compagnia. La mia famiglia è lontana, mi sono perso quando ero ancora piccolo e così ho imparato ad arrangiarmi.”

Cane era davvero stupito nell’udire queste notizie e sperando di prendere la decisione giusta su due piedi invitò l’orso ad andare con loro. Gli animali della città e i lupi del bosco impareranno ad accettarlo, ne sono sicuro, pensava il setter. Io non sono molto diverso da lui. Sono fortunato perché abito assieme ad altri animali in una comunità felice, ma altrimenti chissà che fine avrei fatto.
“Orso, sei stato molto coraggioso a vivere da solo per tutto questo tempo, e sono sicuro che avrai molto da insegnare ai miei concittadini, e a loro volta gli altri animali potranno aiutarti in tutto e farti compagnia. Non sarai più solo.” L’orso era chiaramente contentissimo di tutto ciò, e sebbene gli dispiacesse abbandonare quella che era stata la sua casa per così tanto tempo, non esitò a seguire Cane e Giovanna, la quale, passata la paura, camminava fiduciosa accanto a lui.  I due erano piuttosto spaventati dalle possibili reazioni degli altri animali, che sarebbero state di certo di paura e forse anche di aggressività, ma speravano che sarebbe andato tutto nel migliore dei modi. Se la intendevano, Cane e Giovanna, e con lo sguardo, di sbieco perché l’orso non se ne accorgesse, si comunicavano tutti i loro dubbi e i loro desideri. Quell’esperienza li aveva uniti molto e c’era qualcosa nell’aria, una tenerezza nel modo in cui a volte le loro code si sfioravano, che diceva già molto. Ma ora il problema era un altro. Mano a mano che si avvicinavano a casa, erano sempre più agitati. Ad un certo punto anche l’orso se ne rese conto “ Siete sicuri che io non sia di troppo? Ho paura che gli altri animali si spaventino. Io camminerò dietro di voi, a testa bassa, penso sia meglio.”
Cane, in un moto quasi di stizza gli rispose: “Caro Orso, non è necessario. Nessuno di noi è inferiore all’altro. Sei con noi, e se la fiducia che ho sempre visto riposta l’uno nell’altro ha ancora un qualche significato allora capiranno che non sei un pericolo, e che l’odore che avevamo avvertito come pericoloso non era altro che un odore sconosciuto, e non per questo doveva recarci subito paura e aggressione! Cammina vicino a me, Orso.” Il grande plantigrade, rincuorato, dondolava la sua grossa mole accanto allo svelto setter e all’agile lupa. Ben presto arrivarono alla città.  Il signor Porcospini e il signor de Gattis erano riusciti a mantenere un generale stato di calma, interrotto solo ogni tanto da qualche esclamazione d’angoscia, spesso di una qualche madre preoccupata per i suoi piccoli e il loro futuro, e subito rincuorata dal riccio o dal gatto. Quando la città vide presentarsi accanto a Cane e a Giovanna il grande orso della luna, tutto il movimento si fermò. Un centinaio di animali rimasero a bocca aperta e con gli occhi sgranati ad osservare i tre recarsi in piazza. Un ululato di adunata risuonò nella valle dove era posta la città. Tutti gli animali, del bosco e di città, venivano chiamati a raccolta.

Cane, come pochi giorni prima, si sedette al centro della piazza. L’orso imbarazzato posò il suo grosso didietro a terra e aspettò. Probabilmente sono più spaventato io di quanto lo siano loro tutti, pensava fra sé e sé l’orso, mentre Cane iniziava il suo secondo discorso pubblico:
“Amici! Il grande pericolo di cui fiutavamo l’odore altro non era che questo nuovo amico, Orso. La sua paura e la sua noia nello stare da solo lo portava ad emanare il suo odore più forte e acre, nella speranza che qualche suo simile lo venisse a cercare, ma così non è stato. Giovanna ed io abbiamo ritenuto giusto accogliere l’orso nella nostra città, perché sia sempre felice come io lo sono ad abitare, pur essendo l’unico cane,  assieme a tutti voi. Ho richiamato l’intera valle perché si passi ai voti: l’Orso potrà restare solamente se tutti voi lo riterrete giusto. Ognuno di noi ha uguale voce in tutte le situazioni. Io altro non posso fare che presentarvelo nel giusto modo, e dimostrarvi che non è un pericolo per nessuno. Dall’alto della sua esperienza nell’aver vissuto da solo ed essersi arrangiato in tutte le situazioni e in grandi pericoli – come ci ha raccontato nel tragitto verso casa -  potrà certamente insegnarci molto. E noi a nostra volta potremo dargli l’amicizia e l’affetto che merita. Non abbiatene paura. Certo è grande e grosso, ha artigli e zanne affilate, ma se noi saremo gentili con lui, anche lui lo sarà con noi. Come avete visto da voi, vivere tutti assieme con le nostre differenze ci rende più forti. Il contributo del signor Orso sarà certo importante. Ora la parola a voi. Pensate bene. Domani ci riuniremo di nuovo, e ogni capo famiglia mi riferirà qual è il pensiero loro a riguardo. La riunione è sciolta. Ora potete stare tranquilli. Non c’è nessun pericolo che ci minaccia.”
L’Orso si alzò con fare impacciato: “ Se me ne darete la possibilità, cari animali, vorrei dirvi qualcosa anch’io. Sarei onorato di far parte della vostra città. Non vi darei alcun fastidio, ve lo posso promettere, almeno per quel che riguarda il mio comportamento. Il mio grosso corpo infatti non potrà mai di certo passare inosservato, e potrà capitare che un mio starnuto faccia volare via una paperella, ma non farò mai niente per danneggiarvi. E se non mi vorrete, lo potrò capire. Tornerò alla mia tana”.

Gli animali si allontanarono dalla piazza in un coro di brusii e starnazzi, grufolii e fischi. Quella che arrivò successivamente fu la più lunga notte che la città ricordi. Nelle case si sentivano movimenti fino alle prime luci dell’alba. Le novità erano arrivate in fretta. Non era facile decidere. Da una parte certamente Cane aveva riflettuto attentamente sul da farsi, e tutti in città si dicevano concordi sul fatto che fosse un animale molto saggio. Sebbene lui non lo desiderasse, essi lo consideravano come un capo o un grande padre protettivo. E poi c’era Giovanna. Un animale del bosco come lei, una lupa capobranco sapeva certamente a cosa stava andando incontro, e se anche lei si trovava d’accordo, allora chi aveva il coraggio di obiettare? Certo che, pensavano le mamme, non mi fido tanto a lasciare mio figlio in giro da solo con un orso a pochi metri di distanza. In fondo si sa, l’istinto è istinto, e lui è un’animale che ha sempre vissuto da solo, è selvaggio e non conosce le regole del buon vicinato. Certo che si è presentato molto bene e non è per niente rozzo. Forse bisogna dargli una possibilità. In fondo, chi siamo noi per decidere?

Fu così che il mattino dopo tutte le famiglie animali della vallata fecero udire un sonoro Sì! quando Cane chiese se fossero tutti d’accordo nell’accogliere Orso. Si racconta che nei mesi e anni che passarono nessuno si pentì della scelta. Orso aiutava tutti, raccoglieva i frutti dai rami alti, aiutava i gattini sprovveduti che non riuscivano a scendere dai rami e così via; insomma, era diventato un po’ la spalla di Cane. I due infatti erano sempre insieme. Ma la novità era anche un’altra: nel giro di pochi mesi Giovanna diede alla luce una splendida cucciolata di piccoli…mezzi setter e mezzi lupi! La coppia felice si godeva i piccoli bastardini allegri. Poco tempo dopo la comunità decise che era giusto che l’orso venisse battezzato. Toccò a Cane : con un ramo d’abete poggiato sulla fronte dell’orso, lo chiamò per la prima volta col nome che il suo grande amico desiderava: Ettore. Gli Hip-hip hurrà si susseguirono a centinaia e la festa dei nomi, così chiamata nelle storie che i nonni avrebbero raccontato ai nipotini, andò avanti fino a notte inoltrata.

Cane venne nominato come eroe della città. Gli abitanti si sentivano in dovere di ringraziarlo ogni giorno per aver capito che l’orso – che Ettore – non era un pericolo ma solo un amico che aveva bisogno di compagnia, e per aver fatto aprire loro gli occhi: non sempre chi viene da fuori è un nemico. Le differenze arricchiscono. La paura fa diventare più deboli invece. La vita nella città degli animali continuava festosa e ogni giorno ricca di novità. Presto si unirono alla comunità alci, capre di montagna, grosse linci e chiunque volesse. In questo prezioso convivere, Cane ed Ettore continuavano a fare ciò che l’eroe della città prima faceva da solo, ovvero mantenere l’ordine e riposarsi sgranocchiando mele sotto le ampie fronde degli alberi.

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